Tra infortuni e passione: Michela Catena si racconta

Continuano i nostri approfondimenti sulle protagoniste della nuova edizione dell’almanacco. Questa volta a raccontarsi è Michela Catena, giocatrice viola classe 1999, che di recente si è sottoposta al secondo intervento di ricostruzione del legamento crociato. Ho conosciuto “Mich” all’incirca due anni fa, al suo approdo al Tavagnacco: mi è bastato un solo allenamento per dire “questa qua è veramente forte”. Restia in prima battuta, in campo si trasformava. Malgrado tenda sempre a non svelare tutte le proprie carte. Ed ha ragione: il suo mondo è solo suo, e te lo fa scoprire poco alla volta.

“Ho iniziato a giocare nel 2009, con i maschi, all’Osimana, dove sono rimasta per quattro anni. Credo siano stati gli anni migliori di sempre: mi hanno accolta subito bene, talmente tanto che avevo formato il mio gruppo di amici con cui mi trovavo sia in campo che fuori.  Eravamo ragazzini, non avevamo pensieri e volevamo solo calciare un pallone. Di quel periodo mi porto dietro la spensieratezza di chi gioca solo per divertirsi. Sono arrivata alla Jesina che avevo tredici anni e fino ai quattordici non potevo nemmeno giocare in primavera; ma nemmeno il tempo di compierli e mi sono ritrovata in prima squadra. Ho fatto due anni di serie B e poi finalmente la promozione in A, che abbiamo disputato sentendoci di essercelo guadagnati davvero. Di Jesi mi porto dietro i sacrifici, il partire alle cinque del pomeriggio e il tornare a casa alle undici di sera, il non cenare, la nanna presto il sabato sera…

Poi arriva Tavagnacco, quasi inaspettatamente. Ricordo la paura di non essere all’altezza… pensavo: “cavolo ora o ci sei o non ci sei”… e poi, senza neanche accorgermene, mi sono trovata in una famiglia allargata: pensare ad un altro anno così sarebbe sicuramente impossibile. Di Tavagnacco mi porto dietro tutto: le prestazioni, le amicizie, le delusioni e, perché no, anche l’infortunio. Ho diciannove anni e credo di essere una persona che riesce a catturare qualcosa da chiunque solo osservando. Parlare di persone che vedo come riferimento sarebbe difficile, però in Friuli ci sono state Marta Mascarello, Elisa Polli e Sara Mella: se qualcosa non andava, erano lì pronte a tirarmi un po’ su. Grazie a loro ho iniziato a smussare il mio carattere timido e chiuso, cercando di aprirmi un po’ di più e di non essere sempre scontrosa. Con loro ho imparato la semplicità di essere compagne di squadra e ho capito cosa significa essere tristi quando l’altra ha un momento “no” e di essere felici quando invece sta persino meglio di te. Mi hanno insegnato che nel calcio non esiste un’io, ma solo un grande “noi”, che poi alla fine è quello che ti migliora anche la prestazione. Con loro è stato semplice lasciarmi conoscere e farmi trasportare da un’ondata di spensieratezza.

Sono una persona molto solitaria, che ama stare via e che non sente la mancanza di chi è a casa. So che alla mia famiglia manco e loro ovviamente mancano a me, ma so anche che in ogni caso loro ci sono e questo mi permette di vivere bene tutte le mie esperienze. Mi supportano tantissimo: vengono sempre a vedere le partite, lo hanno sempre fatto, a volte anche troppo penso, e mi dispiace farli spostare in continuazione. Il mio primo tifoso è sicuramento il papà, anche se non tutto va sempre bene per lui: è anche il primo a criticare qualsiasi cosa faccio, a dire che posso sempre fare di più… e credo che questa mia perenne voglia di migliorare e di essere sempre insoddisfatta delle partite che gioco sia un po’ causa e merito suo.

E poi gli interventi. Quest’ultimo è stato un anno particolare, dalla scelta di andare alla Fiorentina quando ancora ero infortunata fino al mio secondo infortunio in meno di un anno. Diciamo che mi sarei aspettata il mio rientro in modo diverso. È come se avessi sempre pensato di essere ancora infortunata. Appena stai bene, succede quello che non ti aspetti o perlomeno che pensavi di non meritarlo un’altra volta. Non è sempre facile accettarlo. La prima volta ho pensato potesse starci; ero abbastanza frustrata, è vero, anche perché c’era in ballo un europeo con l’U19 (il primo tra l’altro), ma avevo tutta l’estate per recuperare e sprecare meno tempo possibile. Non è stato facile reintegrarsi in una squadra nuova, ritornare quella di prima, ma piano piano ci ero riuscita…e poi il secondo turno. Non credo di aver ancora totalmente realizzato: mi ritrovo di nuovo tutta l’estate davanti quando avrei voluto ricominciare la stagione alla pari di tutte le altre. E un po’ mi spaventa il fatto di non riuscire più a capire se tra la vecchia me e quella nuova ci sia troppo differenza.

Quando ti infortuni due volte nel giro di un anno, ti domandi il perché: il perché dovesse succedere proprio a te. Pensi che a diciannove anni dovresti persino giocare due partite di seguito senza stancarti ed invece ti ritrovi con la sensazione di stare sempre a rincorrere. Non è sempre facile accettarlo e io credo di non averlo ancora fatto con il primo, figurarsi con questo. È un po’ una lotta la mia: conoscendomi, e sapendo che devo sempre avere una risposta certa a tutto, credo ci metterò ancora un po’ di tempo; ma prima o poi farò pace con entrambi, e insieme a loro riprenderò a giocare e a divertirmi come una volta, consapevole di esserci riuscita di nuovo e di dovermela solo godere”.

Dubbi sul fatto che tu ci riesca, Mich, non ce ne sono. E noi della Giovane Italia (e io personalmente) non vediamo l’ora che sia il tuo momento.

Continuate a rimanere aggiornati sulla nostra pagina per conoscere sempre di più le protagoniste del nostro almanacco e come vivono questa loro passione per il calcio.