Editoriale

La Giovane Italia si laurea a Trento

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Se settimana scorsa abbiamo provato a definire e rivisitare in ottica squisitamente romantica il concetto di trasferta, il nostro viaggio si è dislocato dai meandri del Reno a quelli dell’Adige con un occhio di riguardo al concetto di percorso.  

Le storie che La Giovane Italia brama raccontare dispongono di un denominatore comune. Di primo acchito si potrebbe pensare al talento, chiave di volta su cui i tantissimi ragazzi che seguiamo hanno costruito il loro presente sognando in grande il domani che verrà.  

In realtà, come puntualmente ci ha ricordato lo story teller per eccellenza Federico Buffa rievocando il modus operandi di un certo Michael Jordan, la predisposizione senza la testa genera solo grandi rimorsi. Di teste come quella di Black Jesus non ne sono mai passate, né probabilmente passeranno, ma il concetto di sacrificio, dedizione, passione e ossessione sono radicate nel cuore di chi decide di scommettere su se stesso, scegliendo arbitrariamente la quantità di compresse da assumere di ogni qualità appena elencata.  

È il percorso scelto da quattro straordinari atleti che abbiamo avuto il piacere di conoscere grazie anche alla consolidata collaborazione con la Lega Nazionale Dilettanti, condividendo con loro e con il sempre competitivo mister Bruno Tedino il palco dello splendido Teatro Sanbàpolis di Trento. Perché sì, l’aggettivo straordinario l’avrete letto e sentito molte volte, probabilmente anche a causa di un eccessivo abuso da parte nostra, ma mai come in questo caso potrebbe calzare chirurgicamente a persone come Davide Vitturini e Filippo Berra (entrambi laureati rispettivamente in Management dello Sport ed Economia), Raphael Odogwu che di tesi di laurea ne ha conseguite ben due (su Fair Play Finanziario e il caso Juventus Stadium) e Mattia Sangalli, talentuosissimo centrocampista che dopo aver egregiamente capitanato la Primavera dell’Inter ha deciso di prendersi Trento e, manca ancora poco, la corona d’alloro. 

In fondo ogni percorso intrapreso altri non è che la strada sui cui scegliamo di camminare, ma è solo correndo, come dietro a un pallone o in bicicletta, che si scopre il modo di riconoscere e infine superare i propri limiti. Proprio come fece Francesco Moser, lo 'Sceriffo', sopraffino ciclista in attività dal 1973 al 1988 che ha ispirato più di una generazione di atleti sull'importanza di una sottovalutata arte: quella della fatica. Il giovanissimo pubblico questo è riuscito a coglierlo, ascoltando in religioso e rispettoso silenzio i racconti degli, appunto, straordinari quattro, riuscendo a captarne l’invidiabile professionalità e la determinazione che ti trascina, una volta tornato a casa stremato dopo una sessione di allenamento, a gettarti a testa bassa su libri e manuali, accarezzando di paragrafo in capitolo un obiettivo: sentirsi consapevole di avere tutti i mezzi per affrontare quella distesa verde districata di zolle che si chiama vita.  

E immancabilmente l’avvocato Buffa, facendo tesoro del credo americano, in poche e concise parole spiega come volere è potere condendo un evento unico e infervorante: ‘Una giornata è fatta da 24 ore. Ricordatevi che per dormire avremo sempre tempo una volta che non saremo più su questa terra’. Non serve aggiungere altro. Chapeau e applausi. Alla prossima! 

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