Nel dibattito sulle criticità del calcio italiano si tende spesso a guardare ai vertici, dimenticando che la solidità di un sistema si costruisce dalla base. È proprio da qui che parte la riflessione del nostro direttore Paolo Ghisoni, intervenuto durante la trasmissione Maracanà su TMW Radio, dove ha acceso i riflettori su una figura troppo spesso trascurata: l’allenatore del settore giovanile.
“Non andrebbero sottopagati, ma far sì che quello sia un lavoro vero. C’è distinzione tra allenatori da settore giovanile e Prima Squadra; andrebbe fatta anche una bella riforma sui formatori che sono spariti. Sono appena stato a un torneo a Catanzaro (Alba dei Campioni, ndr) ed effettivamente ti ritrovi a parlare e confrontarti insieme ad allenatori di Under 15 con uno spessore totalmente diverso rispetto a quelli della Prima Squadra. Perchè a livello di pedagogia, psicologia, sono nettamente più preparati. Gli altri allenano uomini, loro invece ragazzini con problematiche che nemmeno immaginiamo”.
Le parole del direttore colpiscono nel segno e pongono una questione strutturale: il riconoscimento – anche economico – del ruolo degli allenatori nei vivai. Oggi, troppo spesso, queste figure operano in condizioni “precarie”, che non rispecchiano né le competenze richieste né le responsabilità dovute. Nei settori giovanili si incontrano tecnici con competenze trasversali sempre più approfondite, capaci di muoversi tra indicazioni calcistiche ma anche didattica, psicologia e gestione delle fragilità adolescenziali. Figure che accompagnano i ragazzi in una fase complessa della crescita, affrontando dinamiche che vanno anche ben oltre il rettangolo di gioco. Un LAVORO educativo (e non solo) a tutti gli effetti, che richiederebbe continuità, stabilità e pieno riconoscimento professionale.
Da qui nasce l’urgenza di una riforma che rimetta al centro i “formatori”, una categoria progressivamente scomparsa o comunque marginalizzata nel sistema calcio. Perché, come suggerisce implicitamente il nostro direttore, senza fondamenta solide non può esistere alcun vertice competitivo. E il calcio italiano, oggi più che mai, ha bisogno di ripartire da chi ogni giorno lavora lontano dai riflettori, ma al cuore del suo futuro.