Serie A

Spalletti accende il dibattito: il problema non è l’Under, ma il sistema

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Il tonfo contro la Bosnia e l’ennesima esclusione dell’Italia dal Mondiale hanno riaperto una ferita che ormai non è più episodica, ma strutturale. Il dibattito si è immediatamente acceso sulle cause profonde della crisi del nostro calcio, tra carenza di talento, scarsa valorizzazione dei giovani e modelli di sviluppo poco efficaci. In questo contesto si inseriscono le parole di Luciano Spalletti, che ha provato a indicare una possibile strada: “Se si facesse giocare un Under 19 fisso in Serie A, noi come Juventus saremmo costretti ad averne 4 a disposizione… Quattro per ogni squadra sono tanti, ci sta che ne venga fuori uno”. Un ragionamento che, al netto della provocazione, tocca un nodo centrale: senza obblighi strutturali, il sistema tende a non rinnovarsi.

L’idea di inserire vincoli più stringenti sull’utilizzo dei giovani apre però un tema più ampio, che riguarda l’intera filiera formativa del calcio italiano. Perché il punto non è soltanto “far giocare” un Under, ma creare le condizioni affinché quel talento sia pronto. Ed è qui che il confronto con altri modelli europei diventa inevitabile.

A intervenire nel dibattito è stato anche Paolo Ghisoni, nostro direttore, durante la trasmissione Maracanà su TMW Radio. Il suo punto di vista amplia la prospettiva e va oltre la singola proposta: “Cito il regolamento della Youth League: inizialmente erano obbligatori 3 ragazzi del vivaio più 3 del Paese, poi sono diventati 4, poi 5. È una regola UEFA, e non possiamo lamentarci se alcune nostre squadre, con vivai in difficoltà, non riescono a competere”.

Il tema, dunque, non è solo normativo ma culturale. Il direttore sottolinea come all’estero esista una filiera strutturata che accompagna i giovani fino alla prima squadra, mentre in Italia spesso si preferisce ricorrere a soluzioni immediate: “Le nostre big hanno anche 4-5 giocatori del vivaio in rosa, ma poi vanno ad acquistare profili di livello accettabile, se non mediocre. Altrove, invece, si costruisce un progetto vero”. Un passaggio chiave che evidenzia la distanza tra l’intenzione e l’esecuzione.

Eppure, esempi da celebrare non mancano nemmeno nel nostro Paese. “Non è un caso che Atalanta e Juventus siano quelle che, partendo da questa filosofia, hanno portato tanti giocatori in prima squadra e poi valorizzato asset importanti”, sottolinea Ghisoni, citando operazioni (come quelle di Huijsen e Iling Junior) e percorsi (Yildiz e Bernasconi) che dimostrano come il modello sia replicabile anche in Italia. Ma serve coerenza, visione e soprattutto continuità.

In definitiva, la proposta di Spalletti coglie un’esigenza reale, ma rischia di essere solo un palliativo se non inserita in una riforma più ampia. Perché il problema non è trovare “un Under 19 da schierare”, ma costruire un sistema che produca, sostenga e valorizzi quei profili. Senza questo passaggio, ogni obbligo rischia di trasformarsi in un esercizio formale. E il calcio italiano continuerà a inseguire, invece di tornare a guidare.

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