L’Italia Under 17 è campione d’Europa. Ancora. Gli Azzurrini hanno conquistato il titolo superando il Belgio in finale, al termine di un percorso straordinario che conferma una tendenza ormai impossibile da ignorare: il calcio giovanile italiano è una delle eccellenze a livello mondiale.
Il cammino della squadra di Franceschini parte da lontano, dal primo girone di qualificazione, e trova il proprio compimento nella fase finale, chiusa al primo posto nel gruppo B e impreziosita dai successi contro Spagna e, appunto, Belgio. Un percorso netto, costruito con qualità, organizzazione, personalità e una maturità sorprendente.
Il dato assume ancora maggiore rilevanza se inserito nel contesto degli ultimi anni. Si tratta infatti del secondo titolo europeo Under 17 conquistato dall’Italia nelle ultime tre edizioni. Nel mezzo c’è stata la semifinale dello scorso anno, persa soltanto ai rigori contro il Portogallo, nazionale che avrebbe poi vinto l’Europeo e successivamente laurearsi campione del mondo nella categoria. In altre parole, l’Italia non è davanti a un exploit isolato, ma a una continuità di risultati che testimonia il valore del lavoro svolto.
Naturalmente, nelle categorie giovanili il risultato non può e non deve essere l’unico parametro di valutazione. Lo scopo principale resta la crescita dei calciatori, la loro formazione tecnica, tattica e umana, oltre alla capacità di accompagnarli verso il calcio professionistico. Le vittorie aiutano, ma non sono tutto. Sarebbe un errore giudicare la salute del movimento soltanto dal numero di trofei conquistati.
Eppure sarebbe altrettanto sbagliato ignorare ciò che questi risultati stanno raccontando. Perché se una nazionale (e non solo l’Under 17…) arriva costantemente nelle fasi finali delle principali competizioni giovanili, se produce squadre competitive anno dopo anno e se riesce a confrontarsi alla pari con le migliori scuole calcistiche europee, significa che qualcosa funziona.
Ed è qui che il successo dell’Under 17 apre inevitabilmente una riflessione più ampia e decisamente meno comoda. Mentre questi ragazzi festeggiano un titolo europeo, il calcio italiano vive infatti uno dei momenti più difficili della propria storia recente a livello di Nazionale maggiore. L’Italia assisterà da spettatrice a un altro Mondiale, il terzo consecutivo, uno scenario che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato impensabile per una delle nazioni più vincenti e prestigiose del calcio mondiale.
La domanda, allora, nasce spontanea: se nelle giovanili gli obiettivi vengono raggiunti con regolarità, perché questo patrimonio non riesce a tradursi in risultati e continuità ai massimi livelli? La spiegazione più comoda (ma bugiarda) è quella che richiama la mancanza di talento. Ma è una tesi che appare sempre meno sostenibile. Non si può continuare a ripetere che in Italia non nascono più calciatori di qualità quando le altre selezioni dimostrano esattamente il contrario.
Il talento esiste. Esiste eccome: ve lo diciamo noi che seguiamo i ragazzi in giro per l’Italia, ogni weekend. Il vero problema è capire cosa accade dopo.
Troppo spesso i giovani brillano nelle competizioni internazionali per poi scontrarsi con un sistema che fatica a concedere loro fiducia. In Serie A gli spazi continuano ad essere limitati, la pressione del risultato immediato spinge molte società a privilegiare soluzioni più esperte e il percorso di crescita si interrompe proprio nel momento più delicato. Si celebra il talento quando vince un Europeo Under 17, salvo poi dimenticarsene quando arriva il momento di affidargli responsabilità nel calcio dei grandi.
È un paradosso che il movimento dovrebbe interrogarsi seriamente. Perché non basta produrre ottimi calciatori: bisogna anche creare le condizioni affinché possano completare il proprio percorso.
La vittoria dell’Under 17 rappresenta dunque una splendida notizia per il presente, ma soprattutto un messaggio per il futuro. Questi ragazzi hanno dimostrato che il calcio italiano continua a generare qualità, competenza e prospettive. Hanno dimostrato che il talento non è scomparso e che il lavoro delle giovanili sta producendo risultati concreti.
Adesso, però, la sfida passa agli adulti. Perché se tra qualche anno alcuni dei protagonisti di questa impresa non riusciranno a trovare spazio e continuità ad alto livello, il problema non sarà certo la mancanza di talento. Sarà la mancanza di coraggio nel valorizzarlo.