L’ennesimo trionfo dell’Italia Under 17 agli Europei – il secondo in tre anni, arrivato domenica contro il Belgio – non è soltanto una coppa da mettere in bacheca e un titolo da celebrare con i toni inevitabilmente entusiastici del caso. È, soprattutto, un promemoria. Forte. Scomodo. A tratti quasi irritante, se letto con gli occhi di chi osserva cosa succede dopo.
Perché il talento c’è. E non è un modo di dire. È abbondante, evidente, spesso superiore a quello che si vede in altre nazioni alla stessa età. Il problema, semmai, arriva dopo. Quando si passa dal calcio delle giovanili a quello vero, quello delle pressioni e delle gerarchie consolidate. Il rischio, ormai evidente, è quello di celebrare generazioni che vincono tutto e poi si disperdono in un sistema che non riesce – o non vuole abbastanza – accompagnarle nel salto.
Prendiamo l’esempio più recente possibile: la squadra che vinse l’Europeo Under 17 nel 2024 a Cipro. Se si esclude il caso di Camarda, che aveva già esordito in Serie A prima ancora del torneo, il bilancio dei giocatori arrivati davvero nel calcio dei grandi è estremamente ridotto. Dopo quella finale, sono solo 5 i calciatori che hanno trovato spazio nella massima serie: Pessina, Liberali, Mantini, Campaniello e Mosconi.
E anche qui, le storie raccontano più di quanto dica il numero in sé. Liberali ha avuto un primo assaggio con il Milan nel finale del 2024, per poi essere rimandato tra Primavera e Serie C con il Milan Futuro, prima di trovare continuità vera solo successivamente al Catanzaro. Mantini, invece, per giocare ha dovuto lasciare l’Italia e andare in Svizzera, accumulando subito minuti veri all’estero. Campaniello ha assaggiato la Serie A nella scorsa stagione, ma quest’anno non ha mai collezionato minuti in B. Mosconi ha disputato 2 gare di Serie A nel finale di stagione (con l’Inter già matematicamente campione d’Italia…); Pessina infine ha giocato quest’anno 4 partite, pur riuscendo a mantenere per ben 3 volte il clean sheet.
Tutti gli altri, semplicemente non hanno ancora avuto accesso reale al “calcio che conta”. Il punto è questo: non stiamo parlando di giocatori “non pronti”. Stiamo parlando di ragazzi che, a 19-20 anni, in altri contesti europei hanno già accumulato decine di presenze nei campionati maggiori. E qui il confronto diventa inevitabile, quasi impietoso.
Basta guardare fuori dall’Italia per capire la distanza. Il Benfica, per esempio, ha inserito stabilmente i protagonisti del Portogallo Under campione d’Europa e del Mondo, come Jose Neto e Anìsio, andato anche a segno in campionato. Ma potremmo andare avanti all’infinito: Yamal e Cubarsí, i casi più eloquenti, oppure Nwaneri, Quenda, Karl, Dowman, Rodrigo Mora. Ragazzi che non stanno aspettando il loro momento, ma lo stanno vivendo.
Il paradosso italiano è tutto qui: vinciamo a livello giovanile, ma poi rallentiamo l’ingresso nel calcio professionistico. Come se il percorso fosse obbligato a passare per ulteriori tappe intermedie, quasi a voler “proteggere” troppo i giocatori, finendo però per trattenerli.
E allora la domanda non è più tecnica. È culturale. Perché non si tratta di chiedere che tutti diventino titolari in Serie A a 17 anni. Nessuno pretende questo. Si tratta di dare spazio vero, minuti veri, responsabilità vere. Non passerelle, non prestiti senza progetto, non stagioni infinite in Primavera, un campionato diventato tutt’altro che allenante.
E allora sì, il successo dell’Italia Under 17 va celebrato. Ma va anche usato come prova del nove, come occasione per cambiare qualcosa. Perché questi ragazzi il talento ce l’hanno già dimostrato. Ora serve solo una cosa, la più difficile nel nostro calcio: il coraggio di farli giocare davvero.