L’amaro in bocca resta, ed è inevitabile. Perché l’Italia Under 19 chiude la propria estate con due obiettivi sfumati: prima l’eliminazione nella fase a gironi dell’Europeo, poi la sconfitta ai calci di rigore contro la Danimarca nello spareggio che metteva in palio un posto al prossimo Mondiale Under 20. Due traguardi mancati per una Nazionale che, sulla carta e per qualità della rosa, aveva tutto per arrivare più lontano.
Sarebbe però ingeneroso analizzare questo percorso senza ricordare le assenze pesanti con cui Bollini ha dovuto convivere. Lo avevamo raccontato in esclusiva prima di tutti: il Borussia Dortmund non ha concesso il via libera a Inacio e Reggiani, mentre Cacciamani è stato costretto a rinunciare per problemi fisici. Tre giocatori di altissimo livello, tre elementi che avrebbero inevitabilmente alzato il tasso tecnico della squadra e che sarebbero stati protagonisti in una competizione di questo calibro.
Attenzione, però: le assenze non possono diventare un alibi. Perché il gruppo rimasto a disposizione era comunque di primissima fascia. Molti di questi ragazzi, appena due anni fa, avevano conquistato il titolo europeo Under 17. Da Natali a Coletta, passando per Verde, Mosconi e altri elementi di assoluto valore, il talento non mancava. Ed è proprio questo a rendere ancora più forte il rammarico.
L’Italia aveva iniziato nel migliore dei modi, battendo la Serbia all’esordio. Da quel momento, però, qualcosa si è inceppato. Non tanto nell’organizzazione di squadra, quanto nella fase offensiva. Contro Croazia, Ucraina e Danimarca gli Azzurrini non sono più riusciti a trovare la via del gol. Al contrario, la fase difensiva ha funzionato quasi alla perfezione: un solo gol subito in quattro partite, considerando anche lo spareggio mondiale perso ai rigori.
È qui che nasce la riflessione più interessante. Questa Under 19 ha rappresentato, in alcuni aspetti, lo specchio del calcio italiano contemporaneo. Solida, organizzata, compatta, estremamente affidabile senza pallone. Una squadra capace di concedere pochissimo agli avversari, di difendere con ordine e concentrazione, fedele a quella tradizione che da sempre rappresenta uno dei punti di forza del nostro movimento.
Davanti, però, è mancato qualcosa. La cattiveria negli ultimi metri, la capacità di trasformare le occasioni create, l’uomo in grado di decidere le partite con una giocata o un gol. Non è stato un problema esclusivamente di questa Nazionale: è un tema che accompagna il calcio italiano da anni.
Basta guardare alla Serie A. Il capocannoniere dello scorso campionato – vale a dire Lautaro Martinez – si è fermato a 17 reti, mentre tanti attaccanti hanno chiuso tra i 9 e 14 gol. Numeri che raccontano un campionato dove il talento offensivo fatica a emergere, dove le partite spettacolari sono sempre più rare e dove fantasia, estro e imprevedibilità sembrano spesso lasciare spazio all’organizzazione tattica.
Lo stesso discorso vale per la Nazionale maggiore, che per anni ha rincorso un centravanti all’altezza (o quantomeno si avvicinasse…) dei grandi bomber di inizio Duemila. Kean e Pio Esposito sembrano poter rappresentare un’inversione di tendenza, e il calcio italiano si augura che sia davvero così. Ma la sensazione è che il problema sia più profondo.
Il bilancio di questo percorso, quindi, non può essere né totalmente negativo né consolatorio. C’è il rammarico per due obiettivi sfumati, ma c’è anche la convinzione che questo gruppo possieda qualità e prospettive interessanti. Per fare il salto definitivo, però, servirà qualcosa in più.