Bigica: “Firenze come casa, al Sassuolo ho detto subito sì”

Giunto a Sassuolo quest’estate, Emiliano Bigica è diventato il nuovo allenatore della Primavera neroverde dopo un’esperienza triennale a Firenze nella stessa categoria, nel corso della quale ha messo in bacheca la Coppa Italia nella stagione 2018/19. Il tecnico di Bari, che in passato ha avuto anche l’incarico di commissario tecnico dell’Italia Under 17, ha già iniziato ad allenare la squadra giovanile emiliana, e a La Giovane Italia ha raccontato i suoi trascorsi in viola e i motivi che lo hanno spinto a sposare la causa neroverde.

Mister, come hai scelto di andare a Sassuolo?
“Io e Francesco Palmieri ci conosciamo da diversi anni e ha sempre mostrato grande stima nei miei confronti. Nel momento in cui ho chiuso il mio rapporto con la Fiorentina lui si è fatto subito avanti e scegliere Sassuolo non è stato difficile: è una società all’avanguardia, che investe nel settore giovanile e che dispone di un grande centro sportivo, con un allenatore della prima squadra che crede in un gioco propositivo e che sfrutta le qualità dei giovani. Questo insieme di cose mi ha spinto ad accettare immediatamente la proposta del Sassuolo".

Come valuti la tua esperienza a Firenze?
“La Fiorentina è una delle squadre più ambite a livello di settore giovanile, visto il grande lavoro fatto da Corvino e Vergine nella direzione dell’area tecnica. È stata una bellissima esperienza, ormai Firenze è la mia seconda casa. Con tre diversi gruppi siamo riusciti a giocarci cinque finali in tre anni e questo per me è motivo di grande soddisfazione, che mi stimola a continuare su questa strada e che mi spinge a dare il meglio per i giovani che ho il piacere di allenare. Mi sento un insegnante e con i ragazzi, se riesci ad insegnargli le cose nel modo giusto, ti accorgi subito di quanto rapidamente riescono a recepire i messaggi e apprendere nuovi concetti".

Ritieni quindi che i campionati giovanili siano la tua dimensione?
“Non necessariamente: un giorno vorrei arrivare ad allenare i grandi, a patto però che ci siano le condizioni giuste per farlo. Ma non mi voglio lasciare prendere dalla fretta: devo aspettare che si verifichino i presupposti giusti per compiere il salto nel migliore dei modi".

Avete già iniziato la preparazione?
“La nostra stagione è iniziata il 4 agosto, abbiamo fatto una prima settimana di lavoro individuale e successivamente abbiamo iniziato a fare qualcosa in gruppo.”

Come hai trovato i ragazzi dopo tutti questi mesi di stop?
“Direi bene, l’inizio è stato incoraggiante: ho trovato un gruppo ben disposto e con voglia di imparare. Anche io ho sentito un po’ di ruggine, perché alla fine siamo stati tutti fermi e ho dovuto non farmi prendere troppo la mano. Vista la lunga inattività bisogna procedere per gradi con i ragazzi e non pretendere tutto e subito".

D’altronde ormai il campionato Primavera è come un campionato di Serie A in miniatura.
La differenza rispetto a prima è abissale, soprattutto per l’introduzione dei play-out e delle retrocessioni, ma anche per l’introduzione dei cinque fuori quota. È diventato un campionato molto performante per i giovani e li prepara molto dal punto di vista dell’intensità di partita, sull’aspetto mentale. Iniziano a trovarsi in delle situazioni particolari che ritroveranno quando andranno a giocare con i grandi. Sono pienamente convinto che questa riforma sia stata utile perché prima i giocatori che uscivano dalla Primavera non riuscivano ad esprimersi e i dati stanno comprovando questa tesi".

Secondo te questo è un concetto applicabile a tutti i campionati giovanili?
“Questo concetto deve fermarsi solo alla Primavera, non vedrei di buon occhio retrocessioni per ragazzi più piccoli. I giovani nel momento della crescita devono essere spensierati. La Primavera invece è giusto sia un campionato più competitivo. I ragazzini avranno tutto il tempo del mondo per stressarsi in campo, perché a livello di energie nervose un format come quello che è stato introdotto da qualche anno porta via tanto".

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