Speggiorin: “Aiutiamo i giovani a costruirsi il successo”

“In un calcio che va a 2000 all’ora, la prima cosa da guardare nei ragazzi è la velocità di pensiero e bisogna scoprire se ce l’hanno sin da piccolissimi”. Queste parole sono di Fabiano Speggiorin, vicentino di Camisano classe 1951, una vita tra i campi di pallone da calciatore prima e da allenatore e dirigente poi. Fabiano, che si definisce un “tifoso del gioco del calcio”, è stata una delle persone artefici della risalita del Venezia dalla Serie D alla Serie A negli ultimi 8 anni, lavorando con passione e dedizione con i giovani arancioneroverdi. Responsabile dell'area scouting dei lagunari, la sua idea precisa di settore giovanile è che i ragazzi vengano indirizzati sin da giovanissimi.

Fabiano, lei sostiene che i ragazzi vadano seguiti e indirizzati nel mondo del pallone da piccolissimi, sin da quando hanno 6-10 anni. Come fate al Venezia questo tipo di lavoro?

“Abbiamo la fortuna di avere un’Academy che si occupa, quest’anno, dei ragazzi 2011-2015, ovvero prima che siano in età da Venezia e di inserirli in un discorso formativo più complesso. In quell’età lì il nostro obiettivo è di capire quelli che sono più veloci di pensiero e li testiamo, ovviamente rendendo il gioco la materia del test, sia che sia con il pallone che senza. I test sono di qualsiasi tipo: sia cooperativi che competitivi e cerchiamo di metterci sempre dentro il pallone, sia con i piedi con le mani, facendo esercizi che ci permettano di valutare la cinestetica dei ragazzi e la loro velocità di pensiero. L’Academy fa tutto questo lavoro e lì avviene la nostra prima scrematura. Ovviamente, non va dimenticato che comunque li facciamo anche tanto giocare a calcio”.

Il vostro quindi è un modello di settore giovanile che si discosta da altri, che magari prendono in considerazione i ragazzi da più grandi?

“L’Academy la controlliamo noi e ci dà grande visibilità nel territorio, siamo convinti che i ragazzi abbiano degli spazi e degli indicatori che ci permettano di sbagliare meno. Secondo me non basta dire che i più piccoli devono giocare e basta, perché sono loro a darti delle intuizioni che renderanno possibile sbagliare meno più avanti. A volte certi “giocolieri” passano per fenomeni perché non hanno quella velocità di pensiero necessaria”.

Un esempio?

“Hachim Mastour. Quando facevo lo scout all’Inter l’avevo visionato e avevo detto, in tempi non sospetti, che secondo me non sarebbe diventato un grande calciatore, ma solo un ottimo giocoliere. Alla fine ho avuto ragione, ma questo perché dentro il ragazzo non c’è solo il pallone e non basta la bravura tecnica: bisogna crearli emozionalmente i ragazzi, creargli lo sport dentro, dargli una mano a capirlo. Se non ci diamo a questo studio, non ce la faremo mai. Bisogna aiutare i giovani ad avere successo e a capire come raggiungerlo”.

Direttore, lei si definisce un autodidatta del settore giovanile. Come ritiene di essersi formato?

“Tutto mi è servito, dai grandi colloqui con l’amico Nino Fabini alla memoria di quando ero giovane io e di quello che veniva insegnato a me. Il mio grande interessamento ai cambiamenti e all’evoluzione del gioco del calcio ha fatto il resto. Ad interessarmi non è solo il pallone, ma quanto sia cambiato e stia cambiando. Amo Guardiola, ma per un semplice motivo: non perché ha vinto tanto, ma anche perché ha saputo vincere evolvendo il suo calcio. Adesso si gioca a 2000 all’ora, ai miei tempi si andava a malapena ai 50: evolvere in questo concetto di pallone non è semplice”.

E secondo te quale sarà la chiave per continuare ad evolversi?

“Tutto passa dalla tecnica applicata in velocità: vedremo un calcio sempre più tattico ma anche sempre più veloce e dinamico. La velocità di pensiero sarà necessaria, dovremo crescere giovani rendendoli capaci di pensare velocemente e di applicare la tecnica calcistica a questa velocità di pensiero e fisica”.

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