Storie da SportelLGI – Francesco, questione di centimetri

Christian Abbiati era il suo idolo quando da piccolo saltava da un palo all’altro per difendere la porta della sua squadra. Le qualità che in un ragazzino servono per essere un portiere e farsi notare, Francesco, le aveva tutte: esplosività, carattere, personalità. Tranne una, la più importante: i centimetri. 

Un dodicenne però non ci pensa perché, anche se non sa quanto, sa che crescerà e non dà peso al fatto che nel calcio moderno, se non si raggiunge una certa altezza, la bravura non fa la differenza. Francesco si allena più degli altri, quattro volte a settimana, con un preparatore vero, un ex portiere professionista che riesce a migliorare tutte le sue abilità. Il tempo però passa e i centimetri non arrivano, il padre pensa di farlo smettere ma chi lo sta preparando lo convince a non mollare anzi, si propone di aiutarlo prima facendogli cambiare squadra, e poi presentandolo a qualcuno che può davvero accompagnarlo nel suo cammino verso altri obiettivi, uno che ha i contatti – quelli giusti –, che lavora con un certo numero di squadre e, cosa che non guasta mai, è anche amico di alcuni presidenti. Insomma, il classico prototipo di procuratore cui un genitore affida il figlio senza alcun timore – soprattutto se presentato da persone di cui ci si fida – e non solo, ci crede a tal punto che lo paga immediatamente per il lavoro che ancora deve iniziare a svolgere. Così succede che un primo assegno viene staccato subito, senza che il procuratore abbia mai visto il piccolo numero uno tra i pali, e che nel periodo successivo, nemmeno dopo il secondo pagamento, arrivi un provino. Le delusioni, le promesse non mantenute e i provini cui non ha mai partecipato – ma anche la sfortuna di finire a giocare in una squadra allenata da un mister esaltato che le richieste di provino la cestina tutte se tra i convocati non legge il nome del figlio – stancano il portierino che decide di posare i guanti e smettere di giocare a pallone. 

Non saremmo però qui a scrivere queste righe se poi non fossero successe altre cose che fanno sì che questo racconto sia uno degli esempi che cerchiamo, non solo per mettere in guardia dalle insidie e dai furbastri che bazzicano intorno al campo a caccia di ingenuità e sogni di giovani e famiglie, ma per celebrare chi con il pallone riesce a togliersi soddisfazioni anche lontano dal mondo del professionismo. 

Francesco però senza giocare a calcio non riesce a stare e così dopo un po’ di tempo, smaltita la rabbia, decide di tornare in campo ma non come il basso portiere tanto bravo quanto spacciato, ma come agile e veloce attaccante. Gioca nei dilettanti, vince tre campionati, una classifica marcatori, sfiora la Serie C, guadagna qualche soldino extra, studia, trova un lavoro e ritorna ancora a studiare perché adesso, mentre continua a buttarla dentro, ha deciso di lavorare nel mondo del calcio. Da professionista preparato e competente, non da improvvisato, forse proprio come procuratore per seguire in modo serio e onesto i giovani. Lo ha deciso quando da adulto ha scoperto l’ingenuità e il sacrificio del padre raggirato da un faccendiere del pallone (ma forse erano due). 

Oggi Francesco ha 27 anni, è alto un metro e settantacinque vale a dire cinque (ma per alcuni dieci) centimetri in meno della soglia minima che permette di provare a pensare di fare il portiere a un certo livello, e chissà se lo sa che negli anni 80 un numero uno di un centimetro più alto di lui, non solo giocò in Serie A, ma difese la porta della nazionale italiana. Un certo Franco Tancredi, che con la Roma, vinse uno scudetto e quattro coppe Italia tra il 1980 e il 1986. Un’altra era del pallone, un’altro calcio, imparagonabile a quello attuale che però ha bisogno di tanti di Francesco per rimuovere e sostituire i protagonisti di oggi a bordo campo.

Anche questi sono i giovani in cui crediamo e gli esempi che vogliamo raccontare. Se la tua storia è da LGI scrivi a info@lagiovaneitalia.net saremo felici di leggerla.