Pulvirenti: “Prima squadra? No, grazie. Nuovo Catania ok”

Il nome di Giovanni Pulvirenti è legato indissolubilmente al Calcio Catania: il tecnico di Acireale, che vanta il primato di aver allenato in tutte le categorie, ha guidato tutte le squadre rossoblu, compresa un’esperienza sulla panchina della prima squadra. Nelle ultime stagioni ha continuato a collaborare nella società con incarichi tecnici. A La Giovane Italia ha raccontato la sua vocazione da tecnico delle giovanili, spendendo parole importanti sulla nuova proprietà del club etneo.

Mister, quali sono i tuoi programmi nel prossimo futuro?
“In questo momento sono libero. Due anni fa allenavo la Berretti del Catania, ma dovetti lasciare a causa di un problema fisico. L’anno successivo sono stato coordinatore dei tecnici, mentre le vicissitudini dell’ultima stagione mi hanno portato a gravitare intorno alla società solo come collaboratore. Ora sono felice che le cose siano andate per il meglio".

Se ti arrivasse la chiamata giusta per una prima squadra accetteresti?
“Io mi sento un allenatore delle giovanili. Quando sono stato chiamato sulla panchina della prima squadra mi sono sentito come se mi avessero privato di qualcosa, mi mancava un pezzo. L’ho fatto solo perché il Catania è casa mia, ma mi sarebbe andato bene solo qui. Ho avuto altre offerte, ma il mio mondo sono le giovanili".

È una decisione in controtendenza rispetto al resto dei tuoi colleghi.
“Decisamente: molti allenatori usano il settore giovanile come trampolino di lancio, ma sottovalutano che le dinamiche completamente diverse e che l’obiettivo principale, quando lavori coi ragazzi, è la costruzione. Non amo gli obiettivi e i programmi immediati: tutto quello che ho costruito nella mia carriera l’ho costruito sul lungo termine, anche nei rapporti interpersonali. Nel calcio a livello professionistico il tempo non ce l’hai, mentre nelle giovanili sì. Per fare un esempio, non sono convinto che affidare subito la Juventus a Pirlo sia una buona idea, è un tipo di percorso che non concepisco".

Cosa pensi del recente cambio ai vertici societari del Catania?
“Penso fosse il momento giusto per farlo. Il Catania che è passato nessuno lo dimenticherà, né a livello giovanile, né di prima squadra. Io spero si torni presto ai fasti del recente passato, perché città, tifosi e nuova società se lo meritano".

Hai avuto contatti con la nuova dirigenza?
“No, al momento no. So che è formata da profili importanti, persone con le idee chiare, dei veri professionisti del settore. Sono sicuro faranno un percorso di alto livello perché mi sembra di averne percepito la mentalità e la direzione che vogliono dare, senza preconcetti".

Avresti voglia di tornare ad allenare?
“Dipende. Per come sono fatto io, allenare tanto per farlo non mi è mai piaciuto. Ho bisogno di avere un progetto e un obiettivo da raggiungere non a breve termine. Oggi sono predisposto non solo a fare l’allenatore, ma anche il dirigente. Amo la lettura dei particolari e se li individuo in un ragazzo, che magari ha bisogno di fare un percorso alternativo, voglio cercare di aiutarlo. Una struttura come il Calcio Catania deve dare il giusto supporto a questi ragazzi, non basta il singolo allenamento. La mia volontà sarebbe quella di creare una struttura alternativa, nella quale preparatori atletici e tecnici possano dedicarsi a lavori alternativi a supporto. Il settore giovanile ha bisogno di determinate prerogative, soprattutto di principi in comune che vadano dall’Under 15 alla Primavera, che coinvolgano tutti i giocatori nella stessa maniera e sugli stessi concetti".

Credi che questa struttura alternativa all’allenamento sia realizzabile?
“Sì, perché le società si rendono conto dell’importanza di formare i calciatori. Una struttura del genere è fondamentale, si potrebbero fare lavori che mirino a creare gruppi omogenei e in modo che gli elementi all’interno di questi emergano al meglio delle loro possibilità".

Quindi vorresti svolgere anche un lavoro sul particolare.
“Tutti gli allenatori oggi sono preparati, si studia tanto e si cerca di migliorare la squadra ad ogni livello. Nel settore giovanile è la somma dei particolari che fa la differenza, ma chiaramente c’è tanto da lavorare, perché un quattordicenne e un sedicenne hanno bisogno di lavorare su queste piccole cose. La differenza viene fatta per come siamo allenati noi tecnici: gli occhi sono abituati a vedere solo determinate cose, che magari non portano il ragazzo a lavorare su qualcosa di più grande. La gente del settore giovanile verifica, guarda, osserva, ma soprattutto cerca di fornire un aumento del bagaglio personale. Bisogna avere l’accortezza di sapere su cosa si va a lavorare".

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