Vergara è l’esempio del cattivo lavoro con i giovani in Italia

Antonio Vergara oggi è sulla bocca di tutti. Due gol pesantissimi: quello contro il Chelsea in Champions League, che aveva riacceso l’entusiasmo e le speranze qualificazione del Napoli, e quello successivo contro la Fiorentina in campionato. Improvvisamente, Vergara è diventato “il giovane che esplode”. Peccato che di giovane, nel senso in cui il nostro calcio ama raccontarlo, ci sia ben poco.

Vergara è un classe 2003. Ha esordito in Serie A a 22 anni. Già questo dovrebbe farci riflettere. Perché se a 22 anni un calciatore viene ancora dipinto come una promessa emergente, allora il problema non è il singolo, ma il sistema. Ed è un problema enorme.

La sua storia è l’ennesima prova del fallimento del calcio italiano nella gestione del passaggio più delicato: quello tra il settore giovanile e la Serie A. Perché, sia chiaro, il talento in Italia non manca. A livello giovanile continuiamo a vincere e a sorprenderci: solo due anni fa eravamo campioni d’Europa Under 17, pochi mesi fa abbiamo centrato uno storico terzo posto ai Mondiali Under 17. La “costruzione” del talento, quindi, funziona. Il problema arriva dopo: il salto. Quel vuoto che inghiotte troppi ragazzi.

Vergara l’anno scorso giocava alla Reggiana, in Serie B. Quest’anno il suo exploit con il Napoli non è figlio di una programmazione lucida e coraggiosa, ma – diciamolo senza ipocrisie – di una serie di circostanze. Gli infortuni: Lukaku in estate, Neres nei mesi scorsi. Le scelte di mercato sbagliate. Il fatto che per quattro mesi sia stato tenuto sistematicamente in panchina, mentre giocatori costati parecchio, come Lang, venivano preferiti salvo poi essere di fatto bocciati dopo pochissimo tempo. Errori di valutazione evidenti, che non riguardano solo il Napoli, ma che vediamo ripetersi ovunque nel nostro campionato.

E allora la domanda sorge spontanea: possibile che serva una catena di infortuni (o, più in generale, una serie di “fortunate” circostanze) per concedere spazio a un ragazzo? Possibile che a 23 anni un calciatore come Vergara abbia collezionato solo 6 presenze in Serie A?

Noi de La Giovane Italia questa storia la conosciamo fin troppo bene. Dal 2011 raccontiamo il meglio del calcio Under e potremmo citarvi decine di esempi simili. Giocatori forti, dalle prospettive importanti, che nel momento più delicato del loro percorso vengono messi in attesa. Dirigenti e allenatori, pur intuendone le qualità, continuano a rimandarne l’ingresso in prima squadra, scegliendo la strada più semplice: il prestito. Uno, due, tre. Un meccanismo che troppo spesso porta a un rischio enorme: perdere il giocatore, smarrirne il talento e vederlo sfumare senza mai avergli concesso una vera occasione.

Il paradosso, che abbiamo già sottolineato in altri editoriali, è sempre lo stesso: oggi in Italia il giovane deve avere fortuna. Fortuna di trovare la realtà giusta. Il percorso giusto. L’allenatore o il dirigente che crede davvero in lui. E, perché no, anche la fortuna di farsi trovare pronto quando la rosa è falcidiata dalle assenze, stupendo subito per non essere rimesso nell’ombra.

La realtà è sotto gli occhi di tutti: Vergara queste qualità le ha sempre avute, non sono certo nate dal nulla. Stiamo parlando di un ottimo giocatore, che avrebbe meritato spazio e fiducia prima, senza dover attendere una serie di circostanze favorevoli per emergere. Ed è proprio per questo che il suo caso è emblematico: non è un’eccezione virtuosa, ma un sintomo.

Vergara è soltanto uno degli esempi del cattivo lavoro con i giovani in Italia. E finché continueremo a scambiare la casualità per programmazione, storie come la sua verranno raccontate come eccezioni, quando invece dovrebbero rappresentare la normalità di un sistema che funziona.