Troppi stranieri, pochi italiani… Dorival ha ragione: il nostro è un modello in crisi
Le parole di Dorival Júnior non sono scivolate via come una dichiarazione qualunque. Quando l’ex commissario tecnico del Brasile, oggi alla guida del Corinthians, afferma che “troppi stranieri in campo” rischiano di far diventare il calcio verdeoro “come l’Italia”, non lancia soltanto una provocazione. Punta il dito contro un modello. E quel modello, piaccia o no, siamo noi. Queste le sue parole: “Il calcio brasiliano è in crisi, gli stranieri tolgono il posto ai giovani formati nel settore giovanile: cito l’Italia come esempio della situazione”.
Il riferimento è chiaro: la difficoltà nel valorizzare i giovani cresciuti nei vivai, l’erosione progressiva dell’identità tecnica nazionale, la perdita di continuità generazionale. Temi che in Brasile suonano come un campanello d’allarme e che in Italia, invece, percepiamo purtroppo da tanti anni.
Dorival cita l’Italia come esempio di una situazione critica. Non per la qualità assoluta del campionato, ma per l’incapacità strutturale di proteggere e promuovere il prodotto interno. Un paragone che dovrebbe farci riflettere, se non altro per l’imbarazzo di essere associati, a livello internazionale, a un modello in evidente crisi.
I numeri, del resto, non sono opinioni. Nella stagione in corso, considerando tutti i calciatori impiegati dalle squadre di Serie A, il 69,1% è rappresentato da giocatori stranieri. Una percentuale altissima, seconda soltanto alla Premier League tra i top campionati, che tocca il 75,5%. Ma il confronto, se vuole essere serio, deve considerare il contesto: la Premier è oggi la lega più ricca, competitiva e attrattiva del pianeta. Attira fuoriclasse nel pieno della maturità tecnica, investe cifre fuori portata per chiunque.
Subito dopo l’Italia troviamo la Ligue 1 con il 63,7%, la Bundesliga al 60,4% e infine LaLiga, addirittura sotto il 50%. E forse non è un caso che proprio la Spagna continui a lanciare giovani di 17 o 18 anni con naturalezza, trasformandoli rapidamente in patrimonio tecnico nazionale e internazionale.
Il dato italiano diventa ancora più eloquente se si scende nel dettaglio. Il Como, ad esempio, sui 24 giocatori impiegati in stagione, non ha mai utilizzato un italiano. Un caso limite, certo. Ma simbolico. E non è un caso isolato se allarghiamo l’analisi alle big: nessuna tra Inter, Milan, Napoli e Roma – attualmente le quattro formazioni qualificate per la prossima Champions – rientra tra le prime sette squadre per numero di italiani impiegati in campionato.
Un paradosso evidente: le società che rappresentano l’élite del nostro calcio non sono quelle che investono maggiormente sul prodotto “made in Italy”. Eppure, 30/40 anni fa, le cose erano molto diverse: una forte ossatura nazionale, capace di garantire identità, continuità e senso di appartenenza.
Sia chiaro: nessuno invoca chiusure autarchiche o barriere ideologiche al mercato internazionale. Il calcio moderno è globale per definizione. Ma esiste una linea sottile tra apertura e dipendenza, tra integrazione e sostituzione sistematica. Quando quasi 7 giocatori su 10 provengono dall’estero, il problema non è più episodico come vuol far intendere Dorival. È strutturale.
Da anni, nei nostri approfondimenti su La Giovane Italia e negli interventi radiofonici del direttore, Paolo Ghisoni, sottolineiamo come la percentuale di stranieri nel nostro campionato sia un tema centrale. Non si tratta di un giudizio soggettivo, ma di un’evidenza statistica. I dati sono lì, pubblici, verificabili, difficilmente contestabili.
Il punto non è solo la qualità dei singoli stranieri che arrivano in Italia (che pure lì, ci sarebbe da parlarne…), ma il sistema che si è progressivamente disabituato a rischiare sui giovani, italiani (in particolar modo) ma non solo. Troppo spesso si preferisce l’usato sicuro internazionale, talvolta persino di seconda fascia, alla crescita paziente di un talento del vivaio. E così il bacino della Nazionale si restringe, il ricambio generazionale si complica e il senso di identità si affievolisce.
Il fatto che sia il Brasile, storica culla di talenti, a temere di “diventare come l’Italia” dovrebbe scuoterci più di qualsiasi analisi interna. Se un Paese che ha fatto della produzione giovanile il proprio marchio di fabbrica guarda a noi come a un monito, significa che il nostro modello non è più percepito come virtuoso, ma come un caso da evitare.
La domanda, allora, è semplice e scomoda: quanto ancora intendiamo ignorare il problema? Perché la crisi non esplode all’improvviso. Si insinua lentamente e quando diventa evidente agli occhi degli altri, spesso è già radicata.
Dorival ha lanciato un messaggio al Brasile. Ma, indirettamente, lo ha inviato anche a noi. Sta al nostro sistema decidere se archiviarlo come una provocazione esterna o leggerlo per quello che è: uno specchio. E, forse, uno stimolo tardivo a cambiare rotta.