Diego Zuppel Guidonia

Zuppel si racconta: “Ho pensato di mollare, poi sono rinato”

Dalla notte di Pineto alle ombre superate lungo il cammino: Diego Zuppel racconta la sua carriera come un viaggio di cadute, scelte e rinascite

Ci sono partite che restano negli occhi e altre che rimangono dentro. La notte di Pineto, per Diego Zuppel, appartiene a entrambe le categorie. Tre gol, un pareggio conquistato in rimonta dal Guidonia Montecelio e una prestazione che va oltre il tabellino: è il racconto di un percorso fatto di cadute, ripartenze e scelte difficili. Oggi Zuppel è un attaccante più consapevole, capace di guardarsi indietro senza rimpianti e avanti con lucidità. In questa long form ripercorre tutta la sua storia, senza filtri.

Partiamo dalla partita contro il Pineto: sembrava indirizzata, poi siete rimasti in gara fino all’ultimo. Cosa è successo davvero in campo?
“Era una partita che si era messa male fin dall’inizio, perché eravamo partiti sottotono. Perdevamo i duelli, i contrasti e sembrava che loro entrassero da qualunque parte. Poi c’è stata la reazione, c’è stato il mio primo gol. In quel momento sembrava che stessimo riprendendo la partita, ma prima della fine del primo tempo abbiamo preso il terzo gol. Negli spogliatoi eravamo nervosi, però allo stesso tempo consapevoli che la partita si poteva riprendere tranquillamente. Poi l’espulsione di Cristini ci ha un po’ tagliato le gambe, ma non ci siamo messi indietro. Siamo andati a prenderli uomo contro uomo, abbiamo fatto tutti delle corse in più. Secondo me loro hanno abbassato un po’ l’attenzione, perché quando vinci di due gol e hai un uomo in più non puoi farti recuperare così. Però noi siamo stati bravi e dobbiamo prenderci i nostri meriti. Abbiamo segnato subito dopo, ci abbiamo creduto fino alla fine ed è arrivato anche il rigore, che è stato trasformato”.

La prima tripletta tra i professionisti: che serata è stata per te?
“Sono molto contento. Ho portato a casa il pallone, me lo ha regalato il direttore a fine partita. Mi hanno fatto piacere anche le parole del presidente, sono cose che lasciano il segno. È stata una serata perfetta, sotto tutti i punti di vista”.


Riavvolgiamo il nastro: il tuo percorso non parte subito dal calcio, ma dalle arti marziali.
“Da bambino ho iniziato proprio con le arti marziali. Poi, andando avanti con gli anni, alle elementari ho iniziato anche a giocare a calcio perché c’erano gli amici, ci si trovava sempre al campetto sotto casa. Ho portato avanti entrambe le cose per un periodo, poi a un certo punto ho dovuto scegliere. Ho scelto il calcio e da lì è iniziato tutto il mio percorso”.

Quanto ti hanno aiutato le arti marziali nella tua crescita sportiva?
“Sicuramente tanto. Mi hanno aiutato per la struttura fisica che ho, per l’elasticità e per la coordinazione. Sono state fondamentali per costruire il mio percorso anche a livello fisico”.

La passione per il calcio arriva dalla tua famiglia?
“Sì, soprattutto da mio zio, che purtroppo ora non c’è più. Era un tifoso sfegatato del Milan. Da quando ero piccolissimo mi portava palloni, magliette, di tutto. Guardavo le partite con lui. In quel periodo c’era Ronaldo, erano i primi anni di Messi ed è stato tutto quel mondo ad appassionarmi sempre di più”.

I primi passi li muovi a San Fatucchio, vicino casa. Cosa ricordi di quell’esperienza?
“Ero piccolino, era tutto molto familiare. Era divertimento puro, uno sfogo. Non avrei mai immaginato di arrivare dove sono oggi. Per noi il salto di qualità era riuscire ad andare a Perugia. Era quello l’obiettivo massimo. Era tutto molto semplice e vero”.


A 11 anni arriva proprio il passaggio al Perugia. Che difficoltà hai incontrato?
“Ti dico la verità, la difficoltà maggiore non è stata tanto calcistica, quanto abituarsi a viaggiare sempre. Io sono di Castiglione del Lago, non è lontanissimo ma comunque mezz’ora ci vuole per arrivare a Perugia. Andare quattro o cinque volte a settimana è stato impegnativo. Mio padre ha fatto sacrifici enormi per accompagnarmi sempre. All’inizio vivi tutto come una cosa bellissima, poi crescendo realizzi davvero quanto hanno fatto i tuoi genitori per permetterti di essere lì. Quindi mi sento in dovere di ringraziarli”.

Durante l’adolescenza a Perugia vivi anche un periodo complicato. C’è qualcuno che senti di dover ringraziare?
“In quegli anni non ho avuto rapporti semplici con gli allenatori, era un periodo particolare per me, avevo un carattere molto focoso e mi innervosivo spesso. Avevo anche problemi di salute in famiglia, con mia madre, quindi non è stato un periodo facile. Quelli che mi hanno aiutato di più sono stati i compagni di squadra: eravamo una famiglia vera, siamo cresciuti insieme per anni. L’unica persona che sento di citare è Lombardi, braccio destro di Santopadre, che all’epoca credeva tantissimo in me. Mi ha dato la possibilità di fare presenze in Primavera quando avevo 15-16 anni. Però non avevo la testa giusta in quel momento, ero distratto, iniziavo a conoscere la città ed uscire con gli amici. Poi per varie vicissitudini ho lasciato Perugia“.

Il passaggio all’Arezzo segna un momento decisivo della tua carriera.
“È stato un periodo in cui stavo quasi per mollare tutto. Avevo trovato situazioni che non mi erano piaciute, cose che avevo vissuto come ingiuste. Ad Arezzo ho incontrato mister Palazzi, che era il secondo di Cosmi, e lui mi ha rimesso al centro del progetto. Mi ha ridato la voglia di giocare a calcio. Posso dire che la mia rinascita è partita da lì”.

Palazzi ti diceva spesso dell’importanza di restare con i piedi per terra.
“Sì, perché dopo i primi mesi le cose erano andate molto bene. Lui mi ripeteva sempre di non sentirmi arrivato, di restare umile e concentrato. È stato di grande aiuto in quel periodo”.


Con l’Arezzo hai trovato anche l’esordio con i grandi. Il passaggio dalle giovanili al calcio dei grandi è stato netto?
“Secondo me sì, è un altro mondo. A livello di relazioni, di rispetto per i compagni più grandi, di spogliatoio. C’è anche un po’ di ‘sano nonnismo’, ma ti insegna tanti valori. Anche fisicamente l’ho sentito: avevo 17 anni e se non andavi forte, rimbalzavi”.

C’è stato un giocatore che ti ha aiutato di più in quel passaggio?
Nello Cutolo mi ha preso subito sotto la sua ala. Mi martellava tantissimo, ma mi ha aiutato davvero molto. Anche Alessio Luciani è stato fondamentale. Mi mettevano alla prova, mi riprendevano, ma erano sempre presenti”.

Dopo Arezzo, inizia il vero percorso tra i professionisti.
“Ho vissuto un periodo molto intenso, giocavamo ogni tre giorni. Poi a gennaio sono arrivate tante voci di mercato, interessamenti anche da squadre di Serie A, interviste. Non ero abituato a tutto questo e mi sono fatto un po’ prendere. Poco dopo mi sono infortunato e sono stato fuori fino a fine stagione. Poi sono passato allo Spezia, ma sono arrivato tardi e fuori forma. Ho sentito tanto il salto dalla C alla A, soprattutto a livello mentale. Oggi lo riconosco: non ero pronto di testa, più che fisicamente”.


Quanto senti di essere cambiato come giocatore e come persona?
“Moltissimo. Prima ero molto istintivo, mi scaldavo subito. Negli ultimi anni ho lavorato tanto su me stesso per essere più razionale, più tranquillo”.

Le varie esperienze al Sud che hai avuto, soprattutto quella di Messina, quanto ti hanno formato?
Messina è stata una scuola di vita. Ero a 700-800 chilometri da casa, in una piazza che vive il calcio in maniera totale. Non è stato facile ambientarsi, ma è stata un’esperienza che mi ha fatto crescere tantissimo. Messina rimarrà sempre nel mio cuore. Tornavo in Serie C scendendo dalla Serie A, pensavo che avrei spaccato il mondo subito. Poi mi sono accorto che anche li dovevo sudarmi le cose. Ci siamo salvati ai playout ed è stato speciale per me”.

Il passo indietro in categoria si è rivelato decisivo nella tua carrirera.
“Dopo Messina sono andato alla Virtus Francavilla ma ho giocato poco… Così sono andato all’Acireale. All’inizio non volevo scendere in Serie D. Nel giro di pochi anni mi ritrovavo dalla Serie A alla D, non lo concepivo. Poi ho capito che è stato il passo giusto. Mi ha dato consapevolezza, fiducia, continuità. È stato fondamentale per la mia carriera. A Latina invece ero tornato con la voglia giusta ma sono stato spesso infortunato. Sono stato fermo 6 mesi e con un fisico come il mio non è stato facile rientrare. Di testa però sono rimasto concentrato, sono riuscito a togliermi la soddisfazione di segnare alla Juventus“.


Da ragazzo il tuo idolo era Ibrahimović. Perché?
“Più che per le caratteristiche del gioco, mi ci rivedevo molto l’arroganza sportiva che aveva in campo. Mi piaceva quel modo anche un pò spavaldo di approcciare al campo. Anche il fatto che avesse fatto arti marziali mi faceva sentire vicino a lui”.

Oggi ti ispiri a qualcuno in particolare?
“Oggi cerco di rubare qualcosa da tutti. L’anno scorso è stato un privilegio giocare con Facundo Lescano. Cerchi di capire come si muove, come trova sempre il posto giusto. Non guardo molte partite ma se lo faccio, guardo comunque come si muovono gli attaccanti. Mi piace proprio veder giocare gli attaccanti in generale perché posso sempre imparare qualcosa”.

Sei stato paragonato anche a Vieri...
“È stato uno degli attaccanti italiani più forti di sempre. Quando giocava lui io ero molto piccolo e non me lo sono goduto a pieno. Era un ‘bel toro’ da affrontare. Quindi essere associato a lui come riferimento, è stata una cosa positiva e mi ha fatto piacere”.


Guardando al futuro, pensi a una vita nel calcio anche dopo la carriera?
“Ad ora non ci penso. Mi sembra ancora una cosa molto lontana. Voglio costruire il mio futuro nel calcio piano piano, poi quando sarà il momento vedrò”.

Chiudiamo con il presente: la stagione con il Guidonia Montecelio. Che obiettivi ti eri posto?
“All’inizio volevo trovare continuità e provare ad arrivare in doppia cifra. Nella prima parte ho avuto qualche problema fisico, poi da novembre-dicembre ho ritrovato la forma e stanno arrivando anche i gol. Ora guardiamo partita dopo partita. Prima la salvezza, poi il playoff. Ma sempre mettendo davanti la squadra, perché da soli non si va da nessuna parte. I miei tre gol al Pineto sono frutto del lavoro collettivo”.

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