I giovani trovano sempre meno spazio nel calcio professionistico italiano. Non è più una sensazione, ma un dato di fatto. La Giovane Italia, nei suoi precedenti approfondimenti, ha spesso sottolineato questo aspetto, diventato ancora più evidente negli ultimi anni, quando sempre più ragazzi hanno deciso addirittura di lasciare il Paese per tentare l’avventura all’estero, dove le chance per mettersi in mostra e guadagnarsi continuità sembrano maggiori.
Ma perché questa dinamica è diventata la normalità? Perché continuiamo a salutare talenti in divenire per poi rimpiangerli quando, lontano dai confini nazionali, iniziano a collezionare record e prestazioni di alto livello?
Una risposta, forse, è arrivata da Daniele De Rossi, durante la conferenza stampa pre-partita di Genoa-Bologna. Il tecnico rossoblù, parlando del futuro di Lorenzo Venturino e delle dinamiche di mercato che lo hanno coinvolto, ha pronunciato parole che vanno ben oltre il singolo caso. Non una giustificazione, ma una presa di responsabilità.
De Rossi è stato chiaro: “Purtroppo non gli ho permesso io di esprimersi e mi spiace. Forse avrei dovuto avere un po’ più di coraggio, ma non è facile. Ho accettato il Genoa quando aveva tre punti in classifica, era ultimo o penultimo. All’inizio ti affidi all’esperienza. Mi prendo la responsabilità del poco minutaggio. Forse è una mentalità molto italiana, forse vecchia, nonostante io sia giovane”.
In poche frasi, l’allenatore ha messo a nudo il paradosso strutturale del calcio italiano, soprattutto nel delicato passaggio dal settore giovanile al professionismo: se non hai esperienza non giochi, ma se non giochi non potrai mai accumulare quell’esperienza che ti viene richiesta. Un cortocircuito che si acuisce nei momenti di crisi e che in Serie A diventa strutturale: distacchi minimi, margine d’errore ridotto, classifica sempre in bilico. In questo contesto il giovane non è una risorsa da far crescere, ma una variabile di rischio. L’esperienza, così, diventa una condizione d’accesso, non un traguardo da costruire.
In questo quadro, spiega De Rossi, la scelta è stata quasi obbligata: affidarsi a giocatori che la Serie A l’hanno già “masticata”, capaci di gestire la difficoltà non solo dal punto di vista tecnico, ma anche mentale e psicologico, dentro lo spogliatoio prima ancora che in campo. Non una bocciatura del talento, ma una protezione – forse eccessiva – dell’equilibrio e del rendimento della squadra.
A tutto questo si aggiunge un aspetto spesso sottovalutato: il peso psicologico. In Italia il giovane non entra per sbagliare e imparare, ma per non sbagliare affatto. Gli viene chiesto di reggere la pressione del risultato senza averne ancora gli strumenti, con il rischio di diventare il capro espiatorio di una sconfitta più che il simbolo di un progetto.
De Rossi, però, non è un’eccezione. È il prodotto più lucido di questo sistema. Non è la paura del singolo allenatore a tenere fuori i giovani, ma un campionato che pretende il risultato prima della formazione. Il ragazzo non entra per crescere, entra per non compromettere. E questa differenza cambia tutto.
“Spero abbia grande successo a Roma perché lo merita”. Ecco qui un altro paradosso. Venturino potrebbe trovare infatti più spazio a Roma, in un contesto maggiormente competitivo rispetto a quello lasciato. Nella Capitale, tra Serie A ed Europa League, obiettivi differenti e partite che possono mettersi anche più agevolmente sul piano del risultato, l’inserimento di un giovane diventa più naturale. Già, perché un ambiente in cui la pressione è legata all’ambizione più che alla necessità immediata di salvarsi, anche l’errore può essere assorbito senza diventare una condanna.
La questione Venturino diventa così simbolo di un problema più ampio: in Italia il talento viene sì riconosciuto, ma raramente accompagnato. Non è un caso se sempre più profili trovano altrove lo spazio che qui viene continuamente rimandato. Emblematico, in questo senso, l’esempio di Guido Della Rovere che, dopo l’esperienza alla Cremonese e le diverse proposte arrivate dall’Italia (la Juventus su tutte) ha preferito accettare il progetto del Bayern Monaco. Un percorso diverso, ma pensato per accelerare l’ingresso in ottica Prima Squadra, obiettivo già raggiunto con il debutto in amichevole col Salisburgo avvenuto poche settimane fa, e con l’ambizione di farlo anche in gare ufficiali già nella stagione in cui compirà 19 anni.
In Italia, invece, si preferisce attendere il “momento giusto”, che spesso non arriva mai. E mentre altrove si costruiscono percorsi, qui si continua a chiedere ai giovani di essere pronti senza concedere loro il tempo, e il contesto, per diventarlo davvero.
La forza delle parole di De Rossi non sta nell’aver cambiato la mentalità italiana, ma nell’averla riconosciuta senza alibi. E forse è proprio da questa onestà, prima ancora che dal coraggio, che il calcio italiano dovrebbe ripartire.
Fonte foto: Instagram @danielederossi